Presentazione di Mariangela Donà – “TOMMASO TRAETTA”

Tommaso Traetta (Bitonto 1727 – Venezia 1779), uscito dalla scuola dei grandi maestri napoletani Porpora, Leo e Durante, si affermò nel campo dell’opera come una delle personalità più interessanti nell’ambito di quelle correnti estetiche e di gusto che, nella seconda metà del ’700, animavano il campo dell’opera italiana. La tendenza a rivedere nella sua essenza e a «riformare» questo tipo di spettacolo (il più importante e coinvolgente per tutti i pubblici europei) si manifestava da un lato nelle opere di Gluck-Calzabigi, dall’altro cercava nuove soluzioni nel tentativo di un connubio tra la tragédie lyrique francese e l’opera italiana. Traetta fu al centro di quest’ultimo tentativo durante il suo soggiorno alla corte di Parma (1759-60, opere Ippolito e Aricia, I Tindaridi, Le feste d’Imeneo, su libretti di Innocenzo Frugoni). Ma poi nelle successive tappe della sua carriera (Vienna, Mannheim, Venezia, San Pietroburgo), continuò per vie proprie l’approfondimento espressivo e drammatico, molto vicino e spesso altrettanto efficace di quello operato da Gluck.
Traetta ha dunque un suo posto specialmente nel campo dell’opera. Ma anche nella musica sacra ha dato prova non soltanto di maestria, ma anche di profonda espressività. L’insegnamento di Francesco Durante fu certo determinante per il giovane Traetta. Nello Stabat Mater e nelle Litanie la sapienza contrappuntistica si unisce ad una scrittura ricca di cromatismi che, specialmente nello Stabat Mater e nelle Litanie, diventa spesso quasi esasperata nella ricerca di un’ espressione dolorosa. Lo Stabat , sembra appartenere agli anni giovanili del maestro, quando questi, verso il 1750, era appena uscito dal Conservatorio di S. Maria di Loreto di Napoli e non aveva ancora iniziato la carriera teatrale. Se così è Traetta si dimostra del tutto degno del suo maestro Durante, grande compositore soprattutto di musica sacra. Del resto le tinte cupe e la profondità dell’espressione dolorosa si ritrovano anche nelle pagine migliori di alcune sue opere teatrali (come Ifigenia in Tauride) e appartenevano dunque alla natura stessa del compositore.
Le Litanie erano finora sconosciute: sono state riportate alla luce dal m° Italo Lo Vetere da una partitura manoscritta conservata nella biblioteca del Conservatorio di Milano e quella riprodotta in questo CD è la loro prima esecuzione. Il manoscritto non reca alcuna indicazione di data ed e quindi difficile assegnare queste composizioni ad un determinato periodo della produzione di Traetta. Trattandosi di Litanie Lauretane, si potrebbe ipotizzare un nesso col Conservatorio di S. Maria di Loreto di Napoli, dove Traetta era stato allievo, ma potrebbero anche essere state scritte a Venezia In il 1765 e il ’68, quando Traetta era direttore del Conservatorio delle Donzelle dell’Ospedaletto. Anche l’ouverture in re maggiore e conservata manoscritta nella biblioteca del Conservatorio di Milano ed è stata ricostruita dalle parti strumentali mancando la partitura.
Queste composizioni sconosciute di Traetta, che si fanno rivivere oggi per la prima volta, si affiancano no allo splendido Stabat Mater, che se pure non ignoto, non trova adeguato risalto nella vita musi cale odierna.

Ouverture in re maggiore per orchestra
Allegro strepitoso – Andante – Allegro
Strutturata nella forma consueta in tre tempi questa ouverture si apre con un Allegro strepitoso ricco di chiaroscuri e vivace nei ritmi. L’andante (in re minore) e una pagina espressiva soffusa di tenera malinconia napoletana. Conclude un breve e brillante Allegro in 3/8.

Litanie a quattro voci concertate con strumenti
Il testo delle Litanie Lauretane e musicato in sette componimenti: tre a 4 voci e orchestra (archi, 2 oboi. 2 corni), due per soprano, uno per contralto e uno conte duetto per soprano e contralto con archi. Dei brani a 4 voci il primo (Kyrie) l’ultimo (Agnus Dei entrambi in Si bemolle, sono composti in stile imitato, mentre il penultimo (n. 6 Regina confessorum), è condotto dal soprano cui rispondono le altre voci. Il soprano enuncia l’invocazione (Regina confessorum, regina verginum…) e poi, specialmente sulle parole “ora pronobis” fa seguire lunghi vocalizzi.
Il n° 2 (Mater amabilis) e un duetto per soprano e contralto. L’introduzione orchestrale (archi) enuncia il tema, che sarà ripreso ora dall’una, ora dall’altra voce, contrappuntato da altro materiale tematico.
Il n° 3 (Rosa mystica) e affidato al soprano, il cui intervento e preceduto e seguito da vivaci brani orchestrali.
Il n° 4 (stella mattutina) per contralto, è un espressivo brano in sol minore, introdotto da un motivo cromatico dei violini, che si ripete lungo tutto il brano di tre in tre volte in progressione discendente.
Il n° 5 (Regina prophetarum) per soprano, riprende in altra tonalità il vivace motivo del n° 3.

Stabat Mater per soli, coro a 4 voci miste, archi
Lo Stabat Mater di Traetta si allinea a pieno titolo fra le migliori composizioni musicali ispirate al testo di Jacopone da Todi. Come lo Stabat forse più celebre di tutti, quello di Pergolesi (1735), anche la composizione di Traetta nasce dalla religiosità settecentesca, fatta di commosso intenerimento e di profonda partecipazione al dolore della Madonna per le sofferenze del Figlio; è la sofferenza umana, pur nella reverenza per la divina vittima, che muove il compositore a cercare e trovare forme e strutture musicali capaci di esprimere al massimo il dolore la pena dell’animo. Ecco dunque che tutti, senza eccezione, i sette brani in cui si articola la composizioni sono in tono minore: ecco che tutti, meno uno, si muovono in tempo «Largo», in un clima raccolto e accorato: ecco i cromatismi, talvolta esasperati, non soltanto nelle frasi melodiche del canto a solo, ma anche nei brani contrappuntistici di serrata e magistrale fattura, che culminano nel quinto brano, Sancta Mater, per coro, condotto in stile severo fugato su temi cromatici ascendenti e discendenti, di eccezionale intensità espressiva: ecco gli intervalli di settima e di quinta diminuita, i vocalizzi cromatici, le seste napoletane e tutti gli altri espedienti compositivi che la sensibilità settecentesca avvertiva come capaci di esprimere e suscitare i sentimenti patetici e dolorosi. A differenza dello ,Stabat Mater di Pergolesi, quello di Traetta. oltre alle voci solistiche del soprano e del contralto, si avvale del coro a 4 voci, al quale sono affidati ben quattro dei sette brani: un coro trattato con maestria nei procedimenti imitativi, ma anche sempre dotato di grande intensità espressiva. L’accompagnamento è dato dall’orchestra d’archi.

1. Stabat Mater (mi minore Largo) Coro
Dopo una breve introduzione orchestrale, in cui i violini divisi si muovono in contrappunto con linea melodica dolce e mesta, entrano i contralti e i soprani in imitazione, seguiti dopo tre battute da bassi e tenori con una linea loro propria. Prima delle parole «Cuius animam gli archi riprendono il loro motivo iniziale, che serve anche a concludere il brano.

2. O quam tristis (la minore. Largo) Soprano
Dopo poche battute d’introduzione il soprano inizia la sua mesta melodia in la minore, modulando presto in fa e poi in do minore. Il carattere di mestizia è sottolineato dagli intervalli di settima diminuita e da un breve interludio orchestrale in do minore. Un nuovo tema , alle parole “Quae moerebat” si snoda ricco di cromatismi, ritornando infine al la minore iniziale. Gli archi suggellano brevemente la conclusione del brano.

3. Quis est homo (do min., Largo) Coro
Col sostegno dell’orchestra più elaboralo che nei brani precedenti, il coro si diversifica in piani sonori stabilendo ogni tanto un dialogo fra alcuni soli e i tutti. Il tema proposto dal soprano e svolto in libero contrappunto è ripreso alla quinta dal contralto ed elaborato nelle altre voci. Dopo una corona, alle parole «pro peccatis» inizia una nuova fase in mi bemolle, che poi, attraverso tormentati cromatismi, ritorna all’iniziale do minore con una lunga serie di vocalizzi nelle varie voci, interrotti da pause quasi a singhiozzo, sulle parole «et flagellis subditum».

4. Vidit suum (fa minore Largo) Contralto
Una bella introduzione degli archi prepara l’entrata della voce solista, che espone e svolge un tema accorato, ripreso anche alle parole «Eja mater». Un lungo vocalizzo in progressioni discendenti, accompagnato dai violini divisi, sottolinea la parola «doloris». Dopo una corona, attacca l’ultima parte del brano, un Allegro («Fac ut ardeat), che termina con un altro lungo vocalizzo prima della cadenza, preceduta e seguita da un unisono forte degli archi.

5. Sancta mater (re. minore. Allegro moderato) Coro
È un brano di alto magistero contrappuntistico, reso intensamente espressivo dal cromatismo dei temi elaborati. Inizia («Sancta mater») con un tema cromatico ascendente presentato dai soprani ed elaborato in stile fugato dalle tre voci; non mancano espressivi intervalli di quarta diminuita ascendenti. Un secondo tema compare alle parole «fac me tecum pie flere» con quarte diminuite discendenti: e presentato da soli nelle varie voci, cui rispondono tutti alle parole «in planctu!» con un cromatismo discendente. Dopo l’arresto su una corona, a «Virgo virginum» le voci si riuniscono, per riprendere poi il contrappunto fino alla frase finale «fac me le tecurn plangere», in cui, su un lungo pedale dei bassi, la commozione del pianto, significata dal testo, e resa con un cromatismo discendente dai contralti e ascendente dai tenori.

6. Fac ut portem (sol min., Largo e piacevole} Soprano e Contralto
Sul movimento sincopato degli archi il soprano espone un tema ampio, che viene ripetuto alla quinta dal contralto. All’«Inflammatus» la risposta del contralto alla proposta del soprano è costituita da note puntate discendenti. Il canto del soprano procede parte sincopato, parte inframmezzato da pause affannose. Al «fac me cruce custodiri” le due voci si uniscono, fino a terminare, sugli archi sempre sincopati, devotamente sul «confoveri gratia».

7. Quando corpus (mi min.. Largo) Coro
Lo splendido brano corale che conclude lo Stabat è un’altra pagina di magistrale contrappunto. Il tema principale (sull’iniziale «Quando corpus morietur») è a cromatismo discendente, inframmezzato da affannose pause specialmente nella parte dei soprani, che entrano con andamento sincopato. Al «Paradisi gloria» il brano termina con un’ampia frase imitata nelle quattro voci. Segue L’Amen finale, un Allegro in forma di scherzo fugato, con varie modulazioni e vocalizzi, che si conclude in un solenne Largo.

Mariangela Donà

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