Presentazione di Mariangela Donà – “Marc’Antonio e Cleopatra”

La serenata Marc’Antonio e Cleopatra fu il primo successo in Italia del ventiseienne Hasse e segnò l’inizio della sua straordinaria carriera.
Johann Adolf Hasse, nato nel 1699 a Bergedorf presso Amburgo, nel 1719 era entrato al servizio della corte di Braunschweig-Wolfenbüttel come compositore e cantante. A circa 22 anni il principe suo signore lo mandò in viaggio di studio in Italia. Hasse fu a Venezia, Bologna, Firenze, Roma e circa nel 1722 arrivò a Napoli. Per breve tempo studiò con Nicola Porpora, ma presto passò all’insegnamento di Alessandro Scarlatti, di cui fu l’ultimo allievo. Ebbe inizio così la straordinaria avventura artistica e umana di questo musicista tedesco, che trovò la massima realizzazione del suo genio nell’intima adesione non soltanto allo stile musicale, ma anche a tutto lo spirito italiano. Egli sarebbe divenuto l’artefice ideale dell’opera seria italiana configurata sui libretti di Metastasio e come tale sarebbe stato acclamato e amato dagli italiani, che lo chiamavano “il caro Sassone”. Già nel 1724 Hasse si convertì al cattolicesimo. Pochi anni dopo, nel 1730, avrebbe sposato la veneziana Faustina Bordoni, primadonna celebre in tutta Europa, e con lei avrebbe formato la più straordinaria e durevole coppia di artisti di tutto il Settecento. Per trent’anni gli Hasse furono al servizio della corte di Dresda e poi per tredici anni a Vienna, ma sempre, ogni volta che fosse loro possibile, ritornavano in Italia, specialmente a Venezia, città natale di Faustina e città ideale per Hasse. A Venezia essi si ritirarono in vecchiaia e vi morirono.
Ma nella Napoli del 1725 il giovane Hasse era uno sconosciuto esordiente
Dopo la guerra di successione spagnola e la pace di Utrecht (1713) Napoli era passata dal dominio spagnolo a quello austriaco sotto l’imperatore Carlo VI. Il regno di Napoli era ora un viceregno. In campo musicale la città era uno dei principali centri di Europa. L’anno prima, 1724, era andato in scena al teatro San Bartolomeo il primo dramma per musica di Metastasio: la Didone abbandonata con musica di Sarro, inaugurando così l’era di quel tipo di opera seria detta appunto metastasiana, che avrebbe trionfato per gran parte del 18° secolo e della quale Hasse sarebbe diventato uno dei maggiori esponenti. Ma il debutto napoletano di Hasse non avvenne in rapporto con Metastasio. Si trattò di un’opera di circostanza, appunto la serenata Marc’Antonio e Cleopatra, commissionata da un ricco banchiere di Napoli, il consigliere regio Carlo Carmignano ed eseguita nel suo casino di campagna nell’estate o nel settembre 1725. L’autore del libretto fu Francesco Ricciardi, un personaggio che risulta essere stato anche impresario del Teatro dei Fiorentini e più tardi amministratore ed intendente del Teatro San Bartolomeo. Ricciardi fu il librettista anche di un’altra serenata di Hasse, La Semele ossia La richiesta fatale, rappresentata a Napoli l’anno seguente.
Le serenate erano componimenti d’occasione, più brevi dell’opera e con pochi personaggi (da due a quattro). Si eseguivano in ambienti ristretti, non in teatri, e spesso prendevano spunto da un motivo di omaggio o di celebrazione. Anche in Marc’Antonio e Cleopatra, pur ambientata in un così lontano passato, il librettista trova modo di porgere omaggio all’imperatore regnante Carlo VI e a Elisabetta Cristina sua moglie: nell’ultimo recitativo della serenata i due morituri protagonisti predicono la rinascita della gloria di Roma per merito di un “nuovo sole” germanico, “Carlo il sovraumano, il grande”.
A interpretare i due personaggi della serenata furono chiamati due giovanissimi cantanti già noti in Italia e presto destinati a celebrità internazionale: il contralto Vittoria Tesi e il sopranista castrato Carlo Broschi detto Farinelli. La Tesi, nata a Firenze nel 1700, aveva debuttato a 16 anni e cantava nei teatri di tutta Italia (a Napoli al San Bartolomeo). Farinelli, allora diciannovenne, allievo di Porpora, aveva iniziato da poco quella carriera che l’avrebbe portato ad essere non soltanto uno dei più acclamati cantanti del suo tempo, ma anche un personaggio di spicco nel mondo musicale per l’amicizia di Metastasio, gli importanti incarichi alla corte di Spagna e la stima tributatagli da artisti e sovrani.
Sull’esecuzione della serenata abbiamo la testimonianza di Johann Joachin Quantz, che vi assistette. Quantz (1697-1773), flautista e compositore tedesco nato presso Hannover, fu attivo alla corte di Dresda e poi flautista di Federico II a Berlino. Oltre che fecondo compositore ed eccellente flautista, Quantz fu autore di importanti scritti: un Trattato sul modo di suonare il flauto traverso (1752) e un’Autobiografia, pubblicata da F. W. Marpurg nei suoi Historisch-kritische Beyträge zur Aufnahme der Musik (1754). Quantz racconta dunque nella sua Autobiografia che da giovane, nel 1725, provenendo da Roma egli si soffermò per alcune settimane a Napoli. Venne in contatto con Johann Adolf Hasse, che allora studiava contrappunto con Alessandro Scarlatti, e fece amicizia con lui. Hasse lo ospitò in casa sua mentre componeva la serenata commissionatagli da un eminente banchiere napoletano e Quantz assistette al grande successo riportato da questa composizione, che aprì la strada a tutte le ulteriori fortune di Hasse. Quanto ai due esecutori, Quantz attesta che il ruolo di Marc’Antonio fu interpretato da Vittoria Tesi e quello di Cleopatra da Carlo Broschi detto Farinelli. La cosa non appariva strana a quell’epoca: l’importante era che la voce corrispondesse alla stesura delle arie scritte nella partitura, a prescindere dal sesso di chi le cantava. Il soprano Farinelli interpretava spesso parti femminili. Vittoria Tesi, scrive Quantz, “era dotata per natura di una forte voce di contralto […] Aveva un’estensione di voce straordinaria e poteva cantare senza difficoltà sia nel registro basso che in quello acuto”. Nell’azione scenica eccelleva specialmente nei ruoli maschili, che interpretava col massimo della naturalezza.
Il successo della serenata fu tale che nei prossimi cinque anni di permanenza a Napoli Hasse ebbe l’incarico di comporre e rappresentare ben sette opere serie, un’opera buffa, tre serenate e otto intermezzi. Dal 1729 Hasse figura come “maestro soprannumerario” della cappella reale.
Il libretto di Francesco Ricciardi presenta Marc’Antonio che, dopo essere stato sconfitto ad Azio da Ottavio (il futuro Augusto), raggiunge Cleopatra VII, regina d’Egitto, sua amante e alleata. Entrambi, scambiandosi effusioni d’amore, si preparano alla morte per non cadere schiavi di Ottavio.
La storia attesta che Marc’Antonio, uomo politico romano salito al potere dopo l’assassinio di Cesare (44 a.C.), ebbe a rivale Ottavio (il futuro imperatore Augusto). Con lui e con Lepido Marc’Antonio formò un triumvirato. I triumviri si spartirono il mondo romano e Antonio ottenne l’Oriente. Dal canto suo Cleopatra VII, regina d’Egitto regnante col fratello e marito Tolomeo XIII, fu cacciata dal trono, ma lo riebbe nel 46 a.C. grazie a Cesare, che divenne suo amante. Alla morte di Cesare Cleopatra incontrò Antonio, che s’innamorò di lei. Entrambi sognarono di creare un grande impero ellenico-orientale. Antonio conferì all’Egitto tutte le conquiste romane dell’Asia. Ma questa politica minacciava l’egemonia romana sul Mediterraneo: Ottavio affrontò i due alleati Antonio e Cleopatra e li vinse nella battaglia di Azio (31 a.C.). Cleopatra si rifugiò ad Alessandria, dove Antonio la raggiunse. Alessandria fu assediata; Antonio non oppose alcuna resistenza a Ottavio che avanzava in Asia e si diede la morte. Qualche tempo dopo Cleopatra, visti inutili i tentativi di ottenere clemenza da Ottavio, si uccise anch’ella facendosi mordere da un aspide.
L’azione presentata dal libretto è pressoché inesistente. I versi cantati dai due personaggi esprimono il loro reciproco amore, la loro consapevolezza che ormai tutto è perduto e la loro volontà di morire per non cadere nelle mani di Ottavio. Il testo, se pur di livello poetico modesto, offre tuttavia occasione a grande varietà di accenti musicali.
La serenata si articola in dieci pezzi: quattro arie per ciascun personaggio e due duetti, intercalati dai recitativi. Le arie sono di diverso carattere e rientrano nella gamma dei “tipi di aria” canonici in quel tempo (“aria di bravura”, “di paragone”, “d’ombra” ecc.)
Le voci dei due personaggi (soprano per Cleopatra e contralto per Marc’Antonio) sono accompagnate da violino primo e secondo, viola e bassi: organico limitato, dal quale però Hasse sa trarre risultati di grande effetto.
Il componimento si divide in due parti esattamente simmetriche, ognuna delle quali contiene quattro arie, affidate alternatamene all’uno e all’altro personaggio; un duetto conclude sia la prima che la seconda parte. I recitativi interposti fra le arie sono per lo più secchi, ma nella seconda parte ben due arie di Cleopatra sono precedute da recitativi accompagnati, che sottolineano la drammaticità del momento, ed è un recitativo accompagnato anche l’ultimo, nel quale si plaude all’imperatore Carlo VI.
La serenata inizia con una Sinfonia alla francese in tre movimenti: Spiritoso e staccato – Allegro – Grazioso, che a qualche commentatore ha suggerito l’idea della rappresentazione della battaglia navale seguita dalla dolce brezza che ha portato poi Antonio in Egitto.
Le arie che si susseguono sono tutte con Da capo secondo lo schema ABA. La seconda parte delle arie è generalmente in minore se la prima è in maggiore, e viceversa. Le arie sono precedute da un’introduzione orchestrale, ad eccezione dell’aria di Cleopatra nella seconda parte “A Dio trono, impero a Dio”, che inizia subito col canto (e che i teorici classificano con la qualifica escogitata da Riemann di “Devisen-Arie”).
La linea vocale è sempre strettamente concertante con l’articolato accompagnamento strumentale perfino nei passi ornamentali di agilità: tratto ancora legato allo stile barocco, mentre nel corso del secolo, e proprio ad opera anche dello stesso Hasse, l’opera vedrà un canto più libero e più fiorito di ornamenti.
Nella prima parte della serenata inizia Marc’Antonio con un’aria galante: “Pur ch’io possa a te, ben mio”. Cleopatra entra in scena con un’aria tragica: “Morte col fiero aspetto”, impetuosa nel tono minore e resa più drammatica da tratti di una scala cromatica ascendente. Marc’Antonio, con l’aria “Fra le pompe peregrine”, ricorda i tempi nei quali egli, ancora vittorioso, offriva il suo amore a Cleopatra con l’omaggio dei suoi trionfi. Cleopatra intona poi un’aria ben più serena della sua precedente: “Un sol tuo sospiro”, con lunghi vocalizzi configurati come parte integrante della struttura del canto. Segue il duetto “Attendi ad amarmi”, Staccato e con spirito, basato su un ritmo in ¾ di ottavi puntati e sedicesimi.
La seconda parte si apre con un recitativo dapprima secco, che poi diventa espressivamente accompagnato quando Cleopatra, consapevole della situazione disperata, dichiara di non temere la morte. Segue subito la sua aria “A Dio trono, impero a Dio” senza introduzione orchestrale, Presto. Sulle precipitose scale degli archi Cleopatra scandisce le parole “Io vi lascio e corro a morte | per morire in libertà”, seguite da vocalizzi. L’alta drammaticità di quest’aria s’intensifica nella seconda parte, quando in un Adagio, quasi recitativo, Cleopatra si rivolge a Marc’Antonio: “Ed a te dirò, ben mio”, seguito da un Presto: “che da me l’esempio prendi”, procedimento ripetuto due volte prima di ritornare da capo all’inizio dell’aria.
Dopo questo culmine drammatico Marc’Antonio, nella sua terza aria “Come veder potrei”, canta ancora il suo amore per Cleopatra. Indi Cleopatra intona la sua ultima aria, “Quel candido armellino”, che è un’”aria di paragone”: come l’ermellino, per non macchiare il suo candido manto, si abbandona al cacciatore, così lei non teme di morire pur di mantenere intatto il suo onore regale. Marc’Antonio si dichiara pronto a morire con lei e canta la sua ultima aria: “Là tra i mirti degli Elisi”, una splendida “aria d’ombra”, che evoca la pace dell’oltretomba. Segue l’ultimo recitativo, a tratti accompagnato, in cui Marc’Antonio predice il futuro rinnovarsi della gloria di Roma ad opera dell’imperatore Carlo VI e Cleopatra incensa la “lucente stella” che sarà compagna di così fulgido sole: la regina Elisabetta. Il duetto finale ha un tono festoso, che evidentemente si connette più alla prevista età felice dell’imperatore Carlo che non alla tragica storia di Marc’Antonio e Cleopatra.

Mariangela Donà

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