Presentazione di Mariangela Donà – “GLI ORATORI DI HASSE A DRESDA”

Quando, nel 1731, Hasse fu assunto come maestro di cappella alla corte di Sassonia, egli era già celebre come compositore di opere italiane. Dopo aver abitato per sei o sette anni a Napoli, nel 1730 giunse a Venezia , dove nel luglio di quell’anno sposò Faustina Bordoni, mezzosoprano applaudita in tutta Europa. Faustina era veneziana; protetta da Alessandro e Benedetto Marcello, aveva studiato con Michelangelo Gasparini. Venezia sarebbe diventata la città prediletta da Hasse, quella nella quale avrebbe voluto vivere e risiedere sempre, come dichiara già nella domanda da lui avanzata al Patriarcato di Venezia per essere autorizzato a sposare Faustina: a Venezia, scrive, egli dimora già da sei o sette mesi, “con animo di perpetua permanenza domiciliare”. E questo amore per Venezia era motivato non soltanto dal fatto che era la città della sua amatissima moglie, ma anche dal successo che riportavano le sue opere nei teatri veneziani e, per la musica sacra, dal suo rapporto con l’Ospedale degli Incurabili, una delle famose scuole femminili di musica. I contatti con la corte di Sassonia risalgono al 1730, quando Principe Elettore era Friedrich August I “il Forte” (che era anche re di Polonia come Friedrich August II). Ma soltanto il 6 luglio 1731 Hasse e Faustina arrivarono a Dresda. Data la sua celebrità, Hasse aveva potuto dettare le condizioni per il contratto, e fra queste c’era anzitutto l’impegno per la corte di assumere anche Faustina come Soprano, e poi l’esonero per la coppia dall’obbligo di seguire la corte quando questa si trasferiva a Varsavia. Così per il lungo periodo di tempo in cui durò il servizio di Hasse (dal l731 al 1763) i soggiorni a Dresda si alternarono a viaggi e soggiorni per lo più a Venezia.
Nel 1733 morì Friedrich August I, che aveva favorito le arti, la musica e il teatro con predilezione per lo stile francese. Il suo successore, Friedrich August II (III come re di Polonia), prediligeva invece tutto ciò che era italiano. Il Teatro d’opera di Dresda, uno dei più grandi di Europa, rappresentava opere italiane, e Hasse aveva l’incarico di fornire due o tre opere italiane all’anno per Dresda e Varsavia.
Durante la Settimana Santa il teatro d’opera era chiuso e in luogo delle opere si eseguivano oratori il venerdì o il sabato santo nella cappella di corte. Gli oratori erano dunque un surrogato per la mancanza dell’opera, e poiché l’opera era soprattutto l’opera seria italiana, gli oratori, se non nei temi (che non potevano essere profani), dovevano adeguarsi nella musica a quel tipo d’opera. Anche i libretti dovevano essere italiani sia per l’opera che per gli oratori e articolarsi secondo lo schema dell’opera seria metastasiana. Un poeta di corte italiano aveva l’incarico di fornirli.
Fra il 1734 e il 1750 Hasse compose in tutto otto oratori per Dresda: tre su libretti di Stefano Benedetto Pallavicini, poeta di corte dal 1698 al 1742, due su libretti di Giovanni ClaudioPasquini, poeta di corte dal 1744 al ’49, due di Metastasio e uno della principessa Maria Antonia Walpurgis in collaborazione con Metastasio. Ma ecco l’elenco completo:

1. Il cantico de’ tre fanciulli 1734 Pallavicini
2. Le virtù appiè della Croce 1737 Pallavicini
3. Giuseppe riconosciuto 1741 Metastasio
4. I Pellegrini al Sepolcro di Nostro Signore 1742 Pallavicini
5. La deposizione dalla Croce di Gesù Cristo 1744 Pasquini
6. La caduta di Gerico 1745 Pasquini
7. Sant’Elena al Calvario 1746 Metastasio
8. La conversione di Sant’Agostino 1750 Maria Antonia Walpurgis da Metastasio
Poiché Hasse alternava la sua attività a Dresda con lunghi soggiorni a Venezia, tre degli oratori di Dresda furono da lui rielaborati ed eseguiti a Venezia, e precisamente:
3. Giuseppe riconosciuto Venezia, Oratorio di S. Filippo Neri, 1757
4. I Pellegrini al Sepolcro Venezia, ivi, 1750
6. La caduta di Gerico Venezia, data ipotizzabile fra il 1745 e il 1760, anno in cui Hasse partì dall’Italia per Vienna.
Hasse scrisse inoltre, espressamente per l’Ospedale degli Incurabili , altri due oratori su testo latino, e cioè:
Serpentes in deserto Venezia, 1735-36 o 1738-39
Sanctus Petrus et Sancta Maria Magdalena Venezia, circa 1758
Inoltre due oratori di Dresda, e cioè il n. 1 (Il Cantico de’ tre fanciulli) e il n. 7 (Sant’Elena al Calvario) furono ripresi e rielaborati da Hasse per Vienna, rispettivamente nel 1774 e nel 1772.
Oltre a queste rielaborazioni operate da Hasse per Venezia e Vienna, gli oratori di Dresda, dopo la prima esecuzione, ebbero alcune riprese a Dresda e altri centri sotto la direzione dell’autore, come attestano le fonti manoscritte delle diverse versioni.
Nel corso del 18° secolo alcuni oratori di Hasse furono rielaborati da altri e queste versioni non si possono dunque considerare autentiche dell’autore. Si tratta dei seguenti oratori: Il Cantico de’ tre fanciulli, I Pellegrini al Sepolcro, La caduta di Gerico, Sant’Elena al Calvario. Due oratori, Daniello e La morte di Cristo, furono attribuiti a Hasse senza che si possa asserirne l’autenticità, e infine altri tre oratori che gli furono attribuiti, Isacco figura del Redentore, La Passione del Redentore e Moses, sono sicuramente spurii. (Precise indicazioni anche su questi punti, come su ogni altro riguardante gli oratori di Hasse, sono contenute nel libro di Michael Koch, Die Oratorien Adolf Hasses, Pfaffenweiler, Centaurus-Verlagsgesellschaft 1989, dal quale attingo la maggior parte delle informazioni per illustrare il programma di stasera).
Negli anni fra il 1740 e il 1750 Hasse e Faustina si trattennero a Dresda, perché dopo il 1740 Hasse non aveva più rinnovato il suo impegno a Venezia con l’Ospedale degli Incurabili e aveva dunque concentrato la sua attività a Dresda.

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La caduta di Gerico fu eseguito il sabato santo 17 aprile 1745 nella Cappella Elettorale. I nomi dei cantanti che parteciparono all’esecuzione sono annotati sulle rispettive parti manoscritte conservate nella Saechsische Landesbibliothek di Dresda. Si tratta di cantanti eccellenti, di fama europea, che la corte di Dresda annoverava fra i propri “virtuosi” e che, in concorso con la celebre orchestra, contribuivano a far sì che le prestazioni musicali di questa città, dirette da Hasse, fossero fra le più prestigiose del mondo. I cantanti impiegati negli oratori erano i medesimi che costituivano lo staff abituale dell’opera seria, dato che l’oratorio di Quaresima sostituiva appunto l’opera. Nessuna donna figurava fra i cantanti negli oratori, neppure per i ruoli femminili: questi erano sostenuti da castrati soprani o alti, certo in conformità ai dettami della Chiesa romana. Così la parte di Rahab è sostenuta dal castrato soprano Giovanni Bindi.
Ma ecco l’elenco dei personaggi e interpreti:
Giosuè tenore Angelo Maria Amorevoli
Finees soprano Ventura Rocchetti, detto Venturino
Rahab soprano Giovanni Bindi, detto il Porporino
Eleazzaro alto Domenico Annibali
Caleb basso Giuseppe Schuster
Il tenore Angelo Maria Amorevoli (l716-1798), veneziano, aveva cantato a Roma, Napoli, Milano, Londra. Dal 1745 si stabilì a Dresda, dove brillava come star la sua concittadina Faustina Bordoni, e fino al 1763 fu tra i principali interpreti delle opere di Hasse.
Anche il soprano castrato Ventura Rocchetti, detto Venturino, faceva parte da anni della compagnia di canto del Teatro d’opera di Dresda e compare fra gli interpreti di molte opere di Hasse.
Giovanni Bindi, detto il Porporino, soprano castrato, è assiduamente presente fino dal 1737 fra gli interpreti delle opere a Dresda. Anche altre volte, oltre che nella Caduta di Gerico, egli sostenne parti femminili, per esempio nell’Irene (1738) di Hasse su libretto di Stefano Pallavicini, impersonando Eudossa (Faustina Bordoni era Irene).
Domenico Annibali (1705-1779), maceratese, contralto castrato, aveva debuttato a Venezia. Già dal 1729 è indicato come virtuoso del re di Polonia .Dal 1730 è a Dresda come membro della cappella di corte. Col permesso della corte se ne allontana nel 1736-37 per cantare a Londra al Covent Garden con Haendel. Dopo i successi di Londra ritorna a Dresda con notevole aumento di stipendio e vi rimane fino al 1764. Rimpatria poi a Macerata e infine a Roma. Annibali fu considerato uno dei grandi cantanti del suo tempo per la raffinatezza del canto e le doti di attore.
Anche il basso Giuseppe Schuster risulta dai libretti appartenere per anni alla compagnia di canto del Teatro di Dresda, cantando nelle opere di Hasse Attilio Regolo, Artaserse, La Clemenza di Tito, Leucippo.

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L’oratorio La caduta di Gerico fu rielaborato da Hasse per un’esecuzione a Venezia. Non si conosce la data precisa dell’esecuzione: si ritiene che essa sia avvenuta fra il 1750 e il ’60 nell’oratorio di S. Filippo Neri. Vi parteciparono certamente i complessi femminili degli Incurabili e forse anche di altri Ospedali unitamente ad altri esecutori. Hasse apportò modifiche alla partitura per adeguarsi alle consuetudini degli Ospedali veneziani. La fonte manoscritta di questa versione, che si conserva alla Library of Congress di Washington, mostra che si riscrissero i testi dei tre cori dell’oratorio, cioè quei brani che dovevano essere cantati dalle Figlie di coro degli Ospedali. Solo per il Coro finale si tratta di una traduzione latina del testo italiano; invece nel primo Coro d’introduzione il testo latino si riferisce alla morte di Cristo e nel Coro alla fine della I parte, anziché prospettare la distruzione di Gerico come nel testo italiano, il testo latino allude al Giudizio Universale. Il resto dell’oratorio originale fu mantenuto, accorciando però i recitativi.

LA CADUTA DI GERICO
L’argomento e il libretto

L’argomento è tratto dall’Antico Testamento (Giosuè 6, 17-25) e nell’oratorio il racconto biblico è presupposto piuttosto che rappresentato. La Bibbia narra dunque come Giosuè, succeduto a Mosè nella guida degli Ebrei, si apprestasse a conquistare e distruggere la città di Gerico. Nell’intento di impadronirsi della città egli mandò due spie per avere informazioni sul paese. I due ebrei furono accolti in casa di una prostituta di nome Rahab, che abitava lungo le mura della città e che si era convertita al Dio d’Israele avendone riconosciuto la potenza in occasione del passaggio miracoloso del Mar Rosso. La donna nascose e protesse i due ebrei e li salvò dagli armati del re di Gerico; in cambio ne ebbe la promessa di salvezza per sé e per la sua famiglia quando la città fosse espugnata dagli Ebrei. Postisi in marcia verso il Giordano, gli Ebrei si soffermarono sulla riva; quando i sacerdoti con l’Arca posero i piedi nell’acqua, il flusso del fiume si fermò, fra le acque si aperse un varco e gli Ebrei passarono all’asciutto. Cinta d’assedio la città, Giosuè ordinò che sette sacerdoti facessero il giro della città suonando le trombe e recando l’Arca. Il settimo giorno, mentre i sacerdoti suonavano le trombe, Giosuè ordinò a tutto il popolo di emettere un grande grido, e a quel rumore le mura crollarono e la città fu conquistata e incendiata. Ma Rahab e tutti i suoi furono fatti uscire e accolti vicino al campo d’Israele, ed ella visse insieme ad Israele per il resto della sua vita.
Il libretto per l’oratorio ispirato a questo racconto biblico è opera di Giovanni Claudio Pasquini (1695-1763), un italiano già poeta di corte a Vienna, che dal l744 era poeta di corte a Dresda. Pasquini era succeduto a Stefano Benedetto Pallavicini (1672-1742), che era stato al servizio di Dresda dal 1698 al 1742, anno della sua morte. Pallavicini aveva fornito a Hasse i libretti per 13 opere e 3 oratori. Pasquini, nativo di Siena, a Vienna aveva avuto l’appoggio dapprima di Apostolo Zeno ed era stato precettore delle arciduchesse Maria Teresa e Maria Anna Eleonora. Nel 1733 era stato nominato poeta di corte a Vienna e nel 1739 poeta imperiale di corte. Perduto il favore di Zeno, Pasquini si era legato d’amicizia con Metastasio, col quale intrattenne fino alla morte un’ampia corrispondenza. Nel 1740, alla morte dell’imperatore Carlo VI, egli si trasferì a Mannheim e poco dopo a Dresda come poeta della corte di Sassonia. Qui tuttavia la sua permanenza e attività non durarono a lungo: nel 1749 egli diede le dimissioni per ritornare a Siena. A Hasse Pasquini fornì i libretti di tre opere e dei due oratori La Deposizione dalla croce e La caduta di Gerico. Tuttavia i libretti dei suoi due oratori non furono scritti espressamente per Dresda: ciò vale sicuramente per La Deposizione dalla croce, che era già stato scritto a Vienna nel 1728, e vale probabilmente anche per La caduta, che per le sue caratteristiche di concezione e di stile induce a ritenere possa del pari risalire a epoche precedenti.
Il libretto, stampato per l’esecuzione del 1745, reca nel frontespizio:
LA CADUTA DI GERICO. Azione sacra da cantarsi nella
Regia elettoral cappella di Dresda il sabato santo. La poesia
è del sig.r abbate Gio. Claudio Pasquini, cav.re del S.R.I.,
e poeta di S.R.M. La musica del sig.r Gio. Adolfo Hasse,
maestro di cappella di di [sic] S.R.M. Nell’anno 1745.
DER UNTERGANG DER STADT GERICHO…
Dresden, Hof-Buchdr. Stoesselin, 1745
(Testo italiano e tedesco a fronte)
Un esemplare del libretto si trova alla Bibliothèque Nationale di Parigi. Il testo è ristampato anche in: Giovanni Claudio Pasquini, Opere. Arezzo, Michele Bellotto, 1751. Una riproduzione del testo italiano con traduzione tedesca a fronte si trova nel citato libro di Michael Koch Die Oratorien J.A. Hasses.
Pasquini nel suo libretto non rappresenta drammaticamente gli eventi narrati dalla Bibbia, ma li presuppone come motivazione alla fede nel Dio onnipotente che anima i personaggi e che li spinge a proclamarla e ad agire di conseguenza. I personaggi sono cinque: Giosuè, capo e guida del popolo d’Israele; Finees e Caleb, i due ebrei che si erano introdotti in Gerico ed erano stati aiutati da Rahab; Eleazzaro, Gran Sacerdote; e infine la stessa Rahab, figura di rilievo, che impersona l’esperienza di chi vive la rivelazione della vera religione e che, nel suo desiderio di comprenderla a fondo, offre l’occasione agli Ebrei di spiegarne i principi. L’intento pedagogico-religioso si affianca alla lode al Signore. Non manca un accenno profetico fatto da Giosuè alla venuta di un Messia che i popoli futuri conosceranno. Giosuè non nomina Gesù, la cui identificazione col Messia avrebbe significato l’abolizione del giudaismo, ma gli ascoltatori cristiani dell’oratorio sono indotti a pensarlo.
Il libretto è strutturato secondo il tipo metastasiano dell’opera seria e allinea un continuo alternarsi di recitativi e arie. E’ diviso in due parti. Inizia con un’Introduzione e Coro di sacerdoti e di popolo. Altri due cori sono situati rispettivamente alla fine della prima e della seconda parte, e questi sono gli unici brani d’insieme del libretto. I recitativi, pronunciati in dialogo dai personaggi, alludono all’attuale situazione degli Ebrei, che si apprestano a conquistare Gerico dopo essere stati prodigiosamente sostenuti da Dio nella fuga dall’Egitto: ma in gran parte i recitativi svolgono considerazioni di carattere religioso. Spicca, verso la fine della prima parte, l’allocuzione di Giosuè al suo popolo: egli incita i suoi ad assecondarlo nel disegno di piegare la città al suono feroce delle trombe e alle strida del popolo. Le mura cadranno e la città sarà distrutta: lo assicura il Dio d’Abramo. Questo recitativo, nella musica di Hasse, è un drammatico recitativo accompagnato.
Nella seconda parte ha particolare rilievo il ruolo di Rahab, che impersona il credente neofita ansioso di chiarire i suoi dubbi e che, nei recitativi, dà modo agli altri personaggi i spiegare i motivi profondi della religione ebraica.
Le nove arie (due per ciascuno per Giosuè, Rahab, Finees, Eleazzaro, una per Caleb) condensano, secondo i canoni metastasiani, l’essenza concettuale, morale o emotiva derivante dal momento della situazione drammatica e si connettono più o meno ad esso. Qui le considerazioni sono ovviamente sempre di natura religiosa. Solo la prima aria di Giosuè (Fu abbastanza l’incostanza del reo popol d’Israello) e la prima aria di Finees (D’onde è coperto il suolo) fanno riferimento a fatti precisi (l’adorazione del vitello d’oro e il diluvio universale). Le arie di Eleazzaro (Farà Iddio qual di fare ha costume), di Caleb (Sinché solco il mare infido) e di Giosuè (Tenera madre amante) elaborano invece considerazioni generali appoggiandosi a paragoni con uccelli, mare in tempesta, madre che allatta il bimbo. Di sentito contenuto religioso sono le due arie di Rahab (Enigma al pensier mio e Non son degna, eterno Iddio, l’aria di Eleazzaro Pietà, Signor e quella di Finees Vederlo se brami.
Anche la stesura in versi segue gli schemi metastasiani. I recitativi sono in endecasillabi liberamente alternati a settenari. Delle arie, tre sono in ottonari, tre in settenari, una in decasillabi, una in senari e una in quinari. Tutte le arie sono in due strofe e tutte le strofe terminano con un verso tronco. Quanto ai cori, il primo (Introduzione) è in ottonari, il secondo (alla fine della I parte) in settenari, il terzo (finale) in endecasillabi alternati a settenari. Il primo e i secondo coro terminano con versi tronchi; l’ultimo termina con un verso piano.

La musica
La Sinfonia e i Cori

La successione di recitativi ed arie, disposta dal libretto, ha come unica ma importante alternativa l’intervento del coro, che determina i punti cruciali dell’oratorio, e cioè l’inizio, il culmine drammatico con la decisione di distruggere Gerico (alla fine della I Parte) e il finale ammonimento della potenza del Dio d’Abramo. I tre “Cori di Sacerdoti e di Popolo” a quattro voci (quello iniziale “A te lode, eterno Iddio”, quello alla fine della I Parte “Suonin le sacre trombe” e quello finale “Quel popolo dov’è” ) segnano dunque la linea ideale del componimento.
Il primo Coro è connesso senza interruzione alla Sinfonia. La Sinfonia (Allegro ma non troppo, ¾ Do maggiore), affidata a 2 flauti, 2 oboi e archi, è in realtà un breve preludio strumentale che si salda al coro. Il semplice motivo iniziale è esposto dagli strumenti di registro basso (violoncelli, basso continuo) e poi è ripetuto successivamente dagli altri strumenti variamente raggruppati, salendo ai registri più acuti. Un secondo motivo porta brevemente, dopo una sospensione con corona, all’entrata del coro.
Il Coro 4 voci A te lode, eterno Iddio, dopo un brano a coro completo, ha una seconda parte con soli alternati a “tutti” di aspetto responsoriale e un prolungato assolo del Basso.Il Coro si ripete da capo.
Il secondo Coro, Suonin le sacre trombe (Allegro , 4/4 Re maggiore) conclude la prima parte dell’oratorio coronando l’allocuzione che Giosuè rivolge al suo popolo per incitarlo a conquistare e distruggere Gerico, Il Coro è naturalmente marziale, accompagnato anche da trombe e corni oltre che dagli altri strumenti usati in precedenza. Dopo una strofa cantata da tutte le quattro voci si alternano soli di Tenore e Basso accompagnati da un gruppo di Tenori e Bassi. Dopo un ultimo brano a Tenore solo il Coro si ripete da capo.
Il Coro finale, Quel popolo dov’è (Più tosto allegro, 4/4, do minore), è in stile imitato. Le voci entrano successivamente partendo dal registro basso, e cioè, nell’ordine, Bassi, Tenori, Alti e Soprani. L’elaborazione contrappuntistica nell’insolita tonalità di do minore lascia il posto a qualche procedimento accordale per permettere .alle voci unite di pronunciare con chiarezza qualche enunciato importante per la fede. Alle parole “Tremi però l’indegno”, sillabato insieme da tutte le voci, il tempo diventa ¾. Due soprani scandiscono l’ammonimento all’”indegno”: “che il balsamo di vita a lui nel seno”, e tutto il coro risponde: “d’eterna morte diverrà veleno”. Con questo monito termina l’oratorio.

I recitativi e le arie

Come si sa, nel dramma per musica metastasiano i recitativi costituiscono il tessuto portante per rappresentare lo svolgimento dell’azione attraverso i dialoghi dei personaggi. Le arie sono l’interpretazione lirica di alcuni punti salienti dell’azione stessa o di stati d’animo dei personaggi. L’oratorio metastasiano ricalca lo schema dell’opera seria, con le modifiche derivanti dalla materia sacra rappresentata. Ora, nella Caduta di Gerico l’azione è ridotta al minimo. I recitativi “secchi” sono perciò in gran parte riservati a dialoghi fra i personaggi che ragionano sui princìpi della religione e del culto ebraici, o a esortazioni a osservarli. Particolare importanza Hasse mostra di attribuire alle esortazioni e agli enunciati di Giosuè, capo e guida del suo popolo; più volte infatti nei recitativi di Giosuè sulla partitura c’è l’indicazione: “Adagio fino al segno”, a significare la necessità che le frasi indicate siano recitate adagio e con particolare rilievo.
I recitativi accompagnati dall’orchestra, che i compositori usavano nell’opera per rappresentare con efficacia alcuni punti di particolare intensità drammatica o emotiva, in questo oratorio sono soltanto tre. Il primo, “Pietoso, eterno Dio”, precede l’aria di Finees nella I Parte “D’onde è coperto il suolo”; il secondo lo segue subito dopo, ed è di Giosuè, che si rivolge al suo popolo per incitarlo ad attaccare Gerico. Questo recitativo accompagnato precede immediatamente il Coro “Suonin le sacre trombe”, col quale termina la I Parte. Il terzo recitativo accompagnato è nella II Parte e precede l’aria di Rahab “Enigma al pensier mio”.
Le arie, nei libretti dell’opera settecentesca, venivano assegnate ai vari personaggi secondo una gerarchia determinata dall’importanza che ognuno di essi rivestiva nell’azione drammatica. Quanto più un ruolo era importante, tante più arie gli spettavano. Questo principio si applica parzialmente anche all’oratorio. Ma nella Caduta di Gerico esso può valere poco, data la limitatezza dell’azione. La gerarchia può valere soltanto riguardo a Giosuè, capo del suo popolo; gli altri personaggi sono più o meno equivalenti come importanza nell’azione.
C’è tuttavia anche qui, come in altri oratori di Hasse, un’”ultima parte”, impersonata da un Basso, cui spetta una sola aria. Il personaggio è Caleb, che ha infatti nella I Parte dell’oratorio la sua unica aria “Sinché solco il mare infido”, mentre tutti gli altri quattro personaggi hanno due arie ciascuno
Tutte le arie della Caduta sono con “Da capo”; tutte, meno tre, sono accompagnate da soli archi. Ogni aria è in due strofe. Inizia con un’introduzione orchestrale; segue la prima strofa, poi uno stacco orchestrale, la ripetizione variata della prima strofa, stacco orchestrale, indi la seconda strofa (spesso in minore), infine il “Da capo dal segno”, cioè la ripetizione della prima strofa, omettendo l’introduzione orchestrale. Tutte le arie contengono prolungati passi di agilità, quali erano propri delle arie dell’opera seria..
Nella I Parte la prima aria è di Giosuè (Tenore); Fu abbastanza | l’incostanza | del reo popol d’Israello | nel vitello che adorò. Giosuè ammonisce a non ricadere in simili peccati. L’aria, Allegro ma non troppo, Fa maggiore, è in 3/8 e impiega terzine di sedicesimi sia nell’orchestra che nei lunghi melismi del canto
Dopo i consueti recitativi secchi, che si alternano ad ogni aria, segue l’aria di Eleazzaro (Alto) Farà Iddio, qual di fare ha costume | quell’augel, che si fissa nel sole (Allegro, Re maggiore). E’ un’aria di paragone con l’uccello che insegna a volare ai suoi figli, e forse si può ravvisare una qualche analogia fra gli impacciati tentativi di volo e le figure di due ottavi con appoggiature, separati da pause, che ricorrono nel commento orchestrale. Anche qui il canto è ornato da lunghi melismi.
L’aria di Caleb (Basso) Finché solco il mare infido (Allegro ma non troppo, 4/4 Si bemolle) è vivace ed efficace nel rappresentare il clima di tempesta e di turbato movimento evocato a paragone della vita umana, la quale trova un’àncora di salvezza nella fede. L’accompagnamento orchestrale è rafforzato da 2 flauti e 2 oboi. Anche le lunghe agilità del canto sono coerenti col senso del testo. La seconda strofa usa lo stesso tema della prima, ma lo elabora in sol minore. Caleb sarà pure l’”ultima parte” dell’oratorio, ma questa sua unica aria è fra le più vivaci del componimento e probabilmente fu apprezzata dai contemporanei; infatti è la sola di cui si trovi una copia manoscritta staccata, precisamente nella biblioteca del Conservatorio di S, Cecilia a Roma.
L’aria di Finees (Soprano) D’onde è coperto il suolo (Allegro ma non troppo, 2/4 Fa) è preceduta da uno dei pochi recitativi accompagnati dell’oratorio, che commenta sobriamente il testo alle parole Pietoso eterno Iddio!. L’aria è pure abbellita da lunghi melismi.
Subito dopo inizia il recitativo accompagnato di Giosuè, con cui il capo degli Ebrei si rivolge al suo popolo: “Compagni, ecco il momento”. Egli prospetta ai suoi la conquista e la distruzione della città di Gerico “al suon feroce de’ concavi metalli, ed alle strida del popolo”, con l’appoggio del Dio d’Abramo. Il recitativo è accompagnato dagli archi con sedicesimi puntati e veloci scale di trentaduesimi, che esprimono la concitazione del decisivo momento. Non più dimora, amici, dice Giosuè, e tutto il coro unito risponde: Andiamo, andiamo. Subito attacca il Coro polifonico Suonin le sacre trombe, col quale si chiude la I Parte dell’oratorio
Nella seconda parte ha u n ruolo di primo piano Rahab, la donna di Gerico che aveva protetto e difeso Caleb e Finees quando questi si erano introdotti in città per spiare la situazione. Rahab, convertitasi alla religione ebraica, sa di essere la sola che si salverà dall’imminente tremenda rovina del suo popolo ed esprime tutto questo in un ampio recitativo commentato efficacemente dall’orchestra, con contrasti di colorito e di ritmo accuratamente segnati sulla partitura: “piano”,”forte”, “Allegro assai”, “un poco lento”. Segue subito l’aria di Rahab Enigma al pensier mio (Allegro ma non troppo, 2/4 Si bemolle).
Nei recitativi seguenti Rahab e gli Ebrei ragionano sulla fede.
Un’aria di contrizione e di ravvedimento è quella del sacerdote Eleazzaro (Lento, ¾ Mi bemolle), che nella seconda strofa modula in fa minore.
Nell’aria di Finees Vederlo se bram” il testo è di contenuto devoto sì, ma pieno di letizia: se provi il desiderio di vedere Dio significa che hai già in te la fede. L’aria è dunque lieve quasi come una canzonetta: in tempo Allegretto 2/4, la maggiore, il canto si leva semplice su un pizzicato degli archi, quasi un accompagnamento di chitarra.
Dopo recitativi nei quali Giosuè ed Eleazzaro spiegano a Rahab alcuni principi della fede e del culto ebraico, Giosuè canta l’aria Tenera madre amante (Lento, 2/4 Sol), in cui si paragona l’apprendimento della dottrina religiosa da parte del credente al modo in cui il bimbo lattante assorbe il nutrimento dal seno della madre. Dopo la ripresa della prima strofa alla dominante, la seconda strofa passa in sol minore e la musica riveste le parole del testo con motivi che ricordano lo stile napoletano.
L’ultima aria è di Rahab: Non son degna, eterno Iddio (Andantino 2/4, fa minore, “con Oboi e Flauti ne’ soli Ritornelli”). E’ un’aria di struggente bellezza, della migliore ispirazione del grande melodista Hasse. La linea melodica, accorata nella tonalità minore, è sostenuta con semplicità essenziale dagli archi e talvolta raddoppiata dal primo violino. Ma alle parole: con tremenda maestà il canto intona e ripete l’unica nota Mi nell’ottava centrale, prolungandola per sei minime, mentre le viole, i violoncelli e il cembalo elaborano un disegno martellante basato sulla successione di note ribattute di un ottavo puntato e un sedicesimo. Sull’ultima sillaba della parola maestà di colpo la voce del Soprano compie un salto di un’ottava e mezza e raggiunge il La bemolle acuto; procedimento che si ripete altre tre volte nel corso dell’aria alla ripresa del motivo. Nella seconda strofa cromatismi e ardite armonie mantengono il clima profondamente espressivo dell’aria.
Seguono gli ultimi recitativi prima del Coro finale; Giosuè accenna al presagio di un futuro Salvatore che i posteri conosceranno. E infine il Coro Quel popolo dov’è, che conclude l’oratorio.
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La partitura autografa di Hasse non esiste più: probabilmente fu distrutta quando Federico II di Prussia occupò Dresda durante la guerra dei Sette anni (1756-63). Tuttavia una copia manoscritta de La caduta di Gerico è conservata nella biblioteca del Conservatorio di Milano. Essa è considerata attendibile in quanto fa parte del fondo di musiche (in gran parte autografe) appartenute allo stesso Hasse, entrate in possesso del Conservatorio di Milano nel 1813 direttamente dalle figlie del compositore. Su essa si basano la trascrizione moderna e la presente esecuzione dell’oratorio, entrambe a cura del m° Arnold Bosman. Un’altra copia manoscritta della partitura si trova attualmente nella Bodleian Library di Cambridge; essa apparteneva al St. Michael’s College di Tenbury, la cui raccolta musicale è recentemente passata alla Bodleian Libray. Copie manoscritte delle parti staccate sono conservate nella Saechsische Landesbibliothek di Dresda. Tutte queste fonti sono state collazionate da Arnold Bosman per la sua trascrizione.

Mariangela Donà

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