Il dramma messo in scena al teatro Piccinni di Bari. Una rappresentazione ambiziosa diretta dal maestro Arnold Bosman – Idomeneo e i dolori del giovane Mozart

“Corriere della Sera” 12 ottobre 2002

IL DRAMMA MESSO IN SCENA AL TEATRO PICCINNI DI BARI. UNA RAPPRESENTAZIONE AMBIZIOSA DIRETTA DAL MAESTRO ARNOLD BOSMAN – Idomeneo e i dolori del giovane Mozart
L’ Idomeneo è un non plus ultra persino per il giovanissimo Mozart. La ricreazione del Dramma antico avviene con analisi psicologica d’ una minuzia insuperabile, tanto che, di lì in poi, l’ autore vi sostituirà la peculiarissima sua sintesi drammatica. Il figuralismo della partitura orchestrale, che rende alcune Arie veri Concerti solistici per voce e strumenti, crea la più rifinita di tutte quelle da Mozart mai composte. Poi v’ è in quest’ Opera, in quest’ alta Tragedia, l’ interrogativo metafisico sul Male, sulla Colpa, sulla gelosia degli dèi. Il coro vi partecipa esattamente come in Sofocle. Naturalmente l’ Idomeneo, come La clemenza di Tito, per essere desueta Opera Seria rispetto alla trilogia su testo di Da Ponte e al Flauto magico, viene assai più di rado eseguito. Le forme, l’ ethos, la profondità e la natura rivoluzionaria della psicologia musicale risultano assai meno familiari al pubblico che il Mozart di repertorio. Doppiamente va ammirato il coraggio avuto da Bari nel metterlo in scena con quattro recite. La città è priva del suo teatro, una debole fiammella di teatro musicale è nelle mani dell’ Assessorato alla Cultura del Comune, il luogo è il bellissimo Teatro Piccinni, una sorta di san Carlo in miniatura dall’ acustica perfetta. Parlerei d’ un coraggio ai limiti, non varcati, della temerità giacché l’ edizione del capolavoro qui rappresentata, pur con mezzi scenici modestissimi, ed un’ orchestra che occorse risuscitare da un decennale letargo, si propone come molto ambiziosa. Poco dirò d’ una regia di Nicolas Trees (bozzetti di Nicola Delli Carri, figurini di Tommaso Lagattolla) giacché essa, dopo aver, come al solito, trasferito, l’ azione nel Settecento, cosa di per sé non inaccettabile, vuol mostrare l’ insonnia del pensiero e carica l’ azione di una sorta di sovrattesto ov’ entra la Massoneria siccome redentrice, il processo creativo del giovane Mozart, i di lui rapporti col padre. Pensare troppo non giova, e la partitura di Mozart è così pregna di simboli, in verità ben altri, che percepire l’ azione tragica diviene al pubblico difficile per la presenza del detto sovrattesto. L’ ambizione esibita e realizzata è nell’ interpretazione musicale. Credo che nemmeno a Salisburgo l’ Idomeneo sia stato integralmente eseguito. A mia memoria, l’ unica volta ciò avvenne per un’ inaugurazione di stagione alla Scala, sotto la bacchetta di Riccardo Muti. Il maestro Arnold Bosman osa andar sulle tracce del suo illustre collega, pratica tre tagli, più che insignificanti, doverosi, e per il resto offre per intero i più bei recitativi accompagnati forse da Mozart mai scritti, che vengono di solito barbaramente mutilati. E le Arie in versione integrale, con tutti i Ritornelli. Della più formidabile Aria per tenore, terrore d’ ogni cantante, Fuor del mar, adotta la versione più lunga. E chiude l’ Opera con le Danze, che rappresentano una delle vette dell’ arte sinfonica di Mozart. Bosman è un concertatore vocale formidabile. I Recitativi da lui preparati temono pochi confronti. Ma dirige con una minuzia superata dalla stringatezza di una potentissima sintesi drammatica che mostra un volto nuovo ed eroico del suo stile direttoriale. L’ altro segreto di Bosman è la sua capacità nello scegliere i cantanti. Abbiamo, innanzitutto, un Idomeneo quasi solo italiano. Trova per protagonista un tenore palermitano, Domenico Ghegghi, dalla dizione chiarissima e dal timbro brunito che fa pensare a quello di Nicolai Gedda. Trova un’ Elettra perfetta nella fonazione e dotata di tecnica virtuosistica rifinita per colorature esprimenti un diabolico furore, Alla Simoni. Una squisita per timbro e intonazione Patrizia Cigna dà vita a Ilia. Ma soprattutto tocca il miracolo nella scelta dei comprimari, importantissimi sempre, qui decisivi. Forse non ho mai inteso così ben interpretati il recitativo del Gran sacerdote (Nicola Sette) o la seconda Aria di Arbace (Mark Milhofer). Sono un trentennale tifoso dell’ Idomeneo. Vedere un pubblico attento, composto ed entusiasta mi ha dato gioia. Anche i critici musicali hanno, a volte, un cuore.

Paolo Isotta

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