Piccinni, l’uomo che sfidò Gluck

“Corriere della Sera” 27 dicembre 2001

Piccinni, l’uomo che sfidò Gluck
ELZEVIRO Il ritorno di «Didon» Piccinni, l’uomo che sfidò Gluck Forse io sono una delle poche persone ancora viventi che abbia con le proprie orecchie ascoltato il capolavoro tragico di Nicola Piccinni, la francese Didon. Questa Tragédie-Lyrique, risalente al 1783, s’inquadra nel complesso periodo e nei moti che opposero, in Francia, i sostenitori d’una presunta «tradizione nazionale» ai cosiddetti italianizzanti. In realtà, le regole, affatto peculiari, dell’Opera francese erano state create da un Italiano; e a volta a volta gl’interpreti di questa tradizione in grado d’incarnarla in veri valori d’arte furono, eccettuati pochi, stranieri. Il più grande autore di Tragédies-Lyriques del Settecento è un tedesco italianizzato, Gluck. Di fronte alla Storia è così, non nell’ultimo quarto del Settecento, ove i suoi ultimi capolavori vennero giudicati tedeschi dagl’italianizzanti, italianizzanti dai cultori d’una «tradizione nazionale». Dall’inutile disputa derivò un miracolo involontario. Gl’italianizzanti, negando le qualità di Gluck, sostennero che qualsiasi buon musicista italiano, pur che si fosse adattato alle regole inderogabili del teatro musicale francese, al particolarissimo legame tra parola e musica in questo genere, derivante dalla declamazione tragica onde si recitavano Racine e Corneille, sarebbe riuscito, grazie alla superiorità della natura musicale rispetto a quella d’un tedesco, a superarlo. Il povero e probo Nicola Piccinni (Bari, 1728 – Parigi, 1800), tipico esponente della Scuola Napoletana, venne praticamente prelevato di forza e costretto a recarsi a Parigi per fare a Gluck la concorrenza sul suo terreno. Egli ignorava il Francese, e conosceva, salvo nel coniugare la sua melodia alla poesia drammatica, un Italiano semidialettale: in Francia s’applicò con scrupolo e genio e compose alcune Tragédies-Lyriques che suscitarono rispetto e ammirazione unanimi, anche da parte di Gluck. L’ultima, e di sicuro il suo capolavoro tragico, è appunto la Didon, che rimase oggetto di culto per la tradizione francese, in particolare da chi ambisse, nel genere tragico, al Sublime e non al pittoresco, come Berlioz. Ma naturalmente, chi volete che, anche nel nostro secolo, s’interessasse d’un caso siffatto? Unico un altro genio come il maestro Francesco Siciliani, che organizzò una rappresentazione in lingua francese, l’originale, a Napoli, nel 1969. Chi scrive era ragazzo e presente. Venne conquistato da quella musica, ma non possedeva conoscenze storiche, esperienza musicale, sensibilità artistica, per comprenderla davvero. Adesso, di fronte al solo allestimento da allora seguito, però in edizione critica preparata dal professor Warburton, deve dichiarare quanto diverse rispetto ad allora siano le sue sensazioni. Ammesso ch’egli abbia almeno in parte colmato le sue lacune, ascoltare oggi la Didon gliene fornisce un quadro ben più completo, gli consente di cogliere la ratio della drammaturgia, a suo parere infallibile, lo rende ben più conscio delle straordinarie bellezze e finezze musicali della partitura. Egli comprende persino, di fronte a una morte di Didone che dovrebbe far lagrimare ogni persona sensibile, perché Berlioz, nel far spirare la sua regina cartaginese, ricordasse quale modello accenti nei quali Piccinni riesce a rendere il silenzio un elemento del dramma e della musica. Questa volta la proposta parte da Bari, città musicalmente ferita per l’incendio del glorioso tea tro Petruzzelli, dopo di che l’attività lirica s’è da troppi anni quasi spenta. L’aver scelto il capolavoro del più grande musicista barese, ma anche un’ opera difficilissima per il pubblico attuale più per le mutate convenzioni che per la lingua, è stato un atto di vero coraggio da parte dell’Assessorato alla Cultura. Se sotto questo profilo l’allestimento della Didon, ch’è, ripeto, un autentico «evento» sul piano internazionale, è risultato monito vincente, si deve all’eccellenza dello stesso, nella perfetta cornice neoclassica del Teatro «Piccinni»; e in caso contrario, l’atto velleitario avrebbe solo peggiorato le cose. Ma a capo dell’impresa è stato scelto il maestro Arnold Bosman, noto al pubblico milanese per i raffinati concerti da lui organizzati sotto l’etichetta di «Musica rara». Questi ha radunato le fin qui quasi sparse forze corali e strumentali del «Petruzzelli», ha infuso loro fiducia e concertato con infallibile passo una partitura trapassante da un tardo Rococò a un petroso spontinismo anticipato, mostrandosi sovrano nel seguire con potente sintesi drammatica o patetica il rapporto tra parola e musica, là ove i cosiddetti recitativi hanno importanza spesso superiore ai «pezzi chiusi». Per giunta, il bel suono ottenuto dall’orchestra gli consente di render giustizia a tutte le zone «esornative» della partitura, in specie i balletti che, secondo la tradizione francese, non possono essere eliminati senza snaturare la composizione. Qui egli trova collaborazione insostituibile nella regia di Pier Paolo Pacini il quale, partendo da un impianto scenico quasi inesistente, lavora, come in vero teatro barocco, soprattutto sulle statuarie attitudes di protagonisti e figuranti. Ne nasce un teatro al tempo stesso espressivo e aulico, proprio giusta le leggi che vi presiedono. La protagonista d’un ruolo massacrante è il soprano sudafricano Sibongile Mngoma, resasi padrona del ruolo in pochi giorni; ancor più di lei, andranno apprezzati il tenore Daniel Galvez-Vallejo, dotato di dizione così scolpita e linea di canto così profilata da restituire finalmente al personaggio di Enea l’immensa e così umana statura eroica; e il baritono interprete di Jarba, l’ottimo David Damiani.

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