ELZEVIRO UN’ OPERA RARA E PREZIOSA – Catone, il gioiello del piccolo Bach

14 giugno 2001 – “Corriere della Sera”

ELZEVIRO Un’ opera rara e preziosa Catone, il gioiello del piccolo Bach di PAOLO ISOTTA L’ ultimo dei tanti figli di Bach, Giovanni Cristiano, era tanto piccolino che, a causa della morte del padre, non potette essere da lui, come i suoi germani e fratellastri, educato alla musica. Quindicenne, dovette andarsene a Berlino, dal maggior fratello Carlo Filippo Emanuele, che gli infuse per quattro anni la sua dottrina. Ma subito dopo se ne venne a Milano, ospite e amico del conte Agostino Litta, contemporaneamente completando gli studi presso il grande padre Martini di Bologna, uno dei più celebrati contrappuntisti della Storia. Finì la sua carriera, decenni dopo, a Londra, e del grado sociale ed economico da lui conseguito, con paterni riflessi sulle primissime composizioni del bimbo Mozart, testimonia il ritratto, che lo rappresenta autentico gentiluomo, del Gainsborough. Giovanni Cristiano è uno dei più importanti operisti italiani di tutto il Settecento, ancorché sassone di nazione; e la sua lunga stazione nella capitale della Lombardia lo fece denominare «il Bach milanese». Inutile ricordare al lettore come l’ Opera Seria italiana, in ispecie quella che dona musica ai Drammi del Metastasio, sia un genere internazionale, esteso da Lisbona a Pietroburgo; e che pertanto non deve meravigliare che tedeschi come Händel, Haydn, Gluck, Mozart, ne siano eccelsi rappresentanti. Giovanni Cristiano ne fa parte, e la conoscenza dei suoi melodrammi induce ad ammirazione e sorpresa; il compositore è peraltro, come alcuni dei fratelli, fra i fondamentali fondatori dello Stile Classico, secondo in questo, più che al rapsodico Carlo Filippo Emanuele, solo a Haydn. Il rapporto strettissimo del grande compositore con Milano induce la benemerita associazione «Musica Rara», diretta da Arnold Bosman, a offrire a una città con lei purtroppo ingrata uno dei primi capolavori del «Milanese», il Catone in Utica, scritto a Milano sul solenne e musicatissimo Dramma del Metastasio e rappresentato nell’ allora primo teatro del mondo, il San Carlo di Napoli, nel 1761. A questa esecuzione, forse la prima nel nostro secolo, l’ Associazione fa seguire, il 14 di giugno a San Satiro, un’ altra primizia di grande importanza, la Messa e i Vespri per San Giovanni Nepomuceno, e addirittura un prestigioso convegno di studi: ma il Catone, interpretato splendidamente a onta delle peculiari difficoltà stilistiche e tecniche vocali e strumentali, è uno di quelli che si definirebbero autentici eventi, sì che si resta attoniti di fronte a una città pronta ad accorrere alle più futili manifestazioni e capace di lasciar vuota a metà la sala del Conservatorio quando a Berlino, o Dresda, o Parigi, ci sarebbe stata la caccia al biglietto. Chi si aspettasse da questa tipica Opera metastasiana, rampollante dallo stile napoletano per anticipare e talora, nei punti più alti, incarnare, lo Stile Classico, tracce del linguaggio di Giovanni Sebastiano, rimarrebbe deluso; ci si trova di fronte, si ripete, a un tipico prodotto italiano, ma d’ una qualità superiore di gran lunga alla media. Il I atto inanella Arie concepite nell’ equilibrio prettamente derivato da Hasse fra energica scansione della parola, larghe introduzioni strumentali, numerose sezioni che solo formalmente sono tripartite, e astratto arabesco vocale destinato a voci femminili e castrati: il solo Catone è impersonato da un tenore, nella specie Anton Raff, entrato nella Storia quale primo interprete dell’ Idomeneo di Mozart: la voce del quale, nell’ Opera Seria settecentesca, traduce il carattere di personaggio illustre e di età, a differenza che in seguito. Nei due atti successivi, le Arie si impregnano vieppiù di pathos e di napoletana melancolia, fino a un grandioso Recitativo obbligato che precede il suicidio di Catone: pur essendo una delle prime Opere del suo Autore, costringono ad ammirazione per molti inattesa la squisita qualità dell’ invenzione melodica, la speciosa ed elegante armonizzazione, il legame sempre più stretto fra espressione musicale e testuale. In questo dramma numerosissime volte musicato, Giovanni Cristiano si pone in prima linea fra i suoi colleghi: impone al testo una drammaturgia palese dopo il I atto, splendidamente decorativo, una drammaturgia propria nascente dall’ ethos delle singole Arie e sempre più stringente, che in molti punti porta all’ autentica commozione. Si conferma quanto dichiarato in esergo: l’ autore è uno dei più importanti operisti italiani del secolo. L’ esecuzione è stata definita splendida; occorre affermarlo con sorpresa se si tien conto dello stile artificioso e falsario col quale di solito musica siffatta viene concepita, arbitrariamente classificata quale barocca. Il maestro Bosman, che ha preparato l’ edizione, ha il coraggio, tanto più rilevante in una città dogmatica quale Milano, di andare controcorrente. Rispetta nel modo più accurato ed elegante le prescrizioni stilistiche, ma non teme di effettuare un’ autentica concertazione, come farebbe per gli stretti parenti di Giovanni Cristiano, Haydn e Mozart; concertazione rifinita ed elegante della partitura orchestrale ben più fitta che non si immaginerebbe, nello studio delle virtuosistiche parti vocali degli interpreti, nella sintesi musico-drammatica. Abbiamo, col Bosman, da fare con un direttore prezioso per la continua proposta di rarità che offre a Milano e di sensibilità e tecnica tali da renderlo degno di cimenti ben più ardui. Ci si contraddice subito rilevando che l’ esecuzione di un’ opera simile fallirebbe sotto ben più celebri bacchette: dobbiamo allora rilevare che al suo successo contribuisce la scelta della compagnia di canto, difficilissima per la peculiarità, quasi ad personam, dei ruoli. In prima linea citeremo una diva come Stefania Donzelli, interprete nientemeno di Cesare, personaggio sorprendentemente elegiaco nella concezione degli autori; Silvia Bossa, capace di alternare il canto fiorito a quello spianato in ampio arco melodico; a Barbara Vignudelli, dal timbro, dal volume, dalla tecnica, eccellenti. Ruoli appena meno impegnativi quello di Catone, David Livermore, di Arbace, Sibongila Mngoma, di Fulvio, Riccardo Mirabelli. Successo tanto intenso da essere inversamente proporzionale alle presenze in sala.

Paolo Isotta

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